“Per “tradizione inventata” si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato. Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato” Savarese Nicola, Teatro e spettacolo fra Oriente e Occidente, Bari, 2000.
All’inizio del XX secolo l’atteggiamento moralista contro la danza, raggiunse il massimo fervore a danno di ogni forma di rappresentazione artistica.
Negli anni ‘20, contemporaneamente alle continue vessazioni, si diffuse all’interno del pensiero della borghesia indiana più illuminata, la necessità di recuperare le radici culturali della nazione.
Lo stesso Gandhi asseriva che ogni forma di indipendenza da un paese egemone necessitava il recupero del pensiero, della cultura e delle tradizioni autoctone.
Fu proprio la danza “tra le più antiche e perfette espressioni d’arte” (Savarese, 2000), a concentrare gli sforzi di numerosi intellettuali indiani. Tra essi Ananda Coomaraswamy, uno dei maggiori studiosi dell’arte e della cultura indiana, riportò la memoria dell’arte della danza traducendo l’Abhinaya Darpana (antico trattato sull’arte dell’attore-danzatore scritto nel XIII secolo da Nandikeswara) dando particolare rilievo a come la classicità fosse stata perpetrata attraverso il perdurare della tradizione.
Rukmini Devi, giovane brhamana di Madras e sposa di un cittadino britannico, in seguito danzatrice e rifondatrice del Bharata Natyam, iniziò la sua carriera dopo aver assistito, nel 1926, ad uno spettacolo di Anna Pavlova, grande danzatrice russa, in turnè nelle principali città indiane. Affascinata dalla danza ed intenzionata a praticarla anch’essa, fu invece indirizzata dalla Pavlova ad accostarsi alla tradizione che per nascita le apparteneva. Fu infatti, dopo l’esibizione a Madras, di Jayalaksmi e Jeevratnam, due famose devadasi di Pandanallur, che Rukmini Devi scelse di applicarsi allo studio allo studio ed alla divulgazione della danza classica indiana. Le fu arduo farsi accettare come allieva, in quanto non appartenente alla casta delle devadasi, ma il maestro Meenakshisundaram Pillai acconsentì trasferendosi a Madras, ed ella offrì al pubblico la sua prima performance nel 1936.
“L’espressione “Bharata Natyam” fu coniata dal dottor V. Raghavan, studioso e critico, “per descivere la danza che lui stesso e da danzatrice Rukmini Devi stavano sviluppando” (Schechner, 1981-83). Il termine “Bhrata” richiamava immediatamente una serie di associazioni:con Bharata Muni, il mitico autore del Natya Sastra, fondatore della tradizione teatrale indiana; con Bharat, uno dei nomi usati per indicare l’India; con l’acronimo delle parole bhava (stato psicologico), raga (melodia) e tala (ritmo), riconosciute come ingredienti principali dell’arte della danza. “Natyam”, invece, indicava la teatralità nella sua totalità, rivelando così la volontà di non ridurre questo nuovo stile al solo aspetto di danza” Guzman Carolina, Sculture che danzano, Udine, 2001.
Gli intenti dei suoi fondatori furono:
“[...] di utilizzare il sadir nac (danza del tempio), evitando però la sua cattiva reputazione. Così rivisitarono, ripulendolo, il sadir nac, vi inclusero movimenti basati sul Natya Sastras e sulle sculture dei templi e idearono metodi di insegnamento standardizzati. Essi sostenevano che il Bharata Natyam era antichissimo, e certo era proprio così, se poteva dimostrarsi conforme alle arti e ai testi antichi: perchè ogni movimento del Bharata Natyam venne confrontato con le fonti da cui si diceva che provenisse. Le differenza fra il sadir nac e le vecchie fonti furono attribuite alla degenerazione. La nuova danza, ora legittimata dalle sue antiche origini, non solo prese il posto del sadir nac, ma attrasse le figlie delle famiglie più rispettabili che cominciarono a praticarla. [...] la “storia” e la “tradizione” del Bharata Natyam - cioè la sua radice nei testi e nell’arte - è in effetti un comportamento restaurato. Ma questa danza è una ricostruzione basata sul lavoro di restauro di Raghavan, di Devi e di altri. [...] ben presto si arrivò a credere che l’antica danza avesse portato al Bharata Natyam, mentre in realtà, quest’ultimo portò alla danza antica” Savarese, 1992.