“All’estremità delle braccia immobili, s’agitano con un movimento vertiginoso di rotazione e di distorsione che sembra sconvolgere ogni legge anatomica. Hanno un officio importantissimo: significa disegnare lo scenario e le didascalie. La sdegnosa povertà dell’allestimento teatrale di Shakespeare; il cartellino con the forest, the king’s house, la foresta, la casa del re, è abolito, e le cose sono disegnate dall’arte digitale di due belle mani; disegnate nell’aria, ma restano impresse negli occhi di questi spettatori frementi che ne fanno sfondo invisibile all’artista; sulla misera cortina di stuoia appare la reggia favolosa, la riva del Gange, il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell’arte, non può naturalmente godere dell’incantesimo, come non mi è dato di capire una sillaba del testo famoso, ma la sola mimica della donna basta a rivelarmi che in quell’istante, la regina agonizzante giunge sulla riva del fiume, scende nelle acque sacre. Il dolore, l’ansia, si tramutano in una gioia che fa del volto contratto un mistero di delizia. La morente rivive, invoca l’Eros dell’Olimpo bramano in una strofa erotica che certo non troverebbe veste decente in nessuna lingua europea, e la mimica si esprime con una intensità che dà il brivido: brivido d’amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo rialza; il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell’esistenza, è giunta nel regno dell’impossibile: il non essere più, la grazia le è stata concessa nell’amplesso di Dio. Ancora una volto noto nell’arte indiana, letteratura, scultura, la predilezione d’avvicinare l’amore e la morte, facendo dei due simboli un simbolo solo: la felicità del non essere nati o essendo nati ritornare al non essere…”. Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo, Editori Treves di Milano, 1937.