“Nautch, dall’indi nach, significa “spettacolo, esibizione di danza” e per gli inglesi le nautches girls erano le danzatrici professioniste. [...] Che gli stranieri considerassero le nautch o bayadere come donne dai facili costumi o addirittura delle prostitute, è una storia nota: meno noto è invece il fatto che, sebbene effettivamente le danzatrici annesse ai templi fossero prostitute sacre, la prostituzione femminile in India sacra e non sacra, aveva un ruolo del tutto particolare nella vita sociale e religiosa, un ruolo testimoniato da una parte fondamentale della cultura indiana, strettamente legato al mondo delle arti e in special modo a quello del teatro e della danza”. Savarese Nicola, Teatro e spettacolo tra Oriente e Occidente, 2000.
Il termine devadasi corrisponde letteralmente a “schiave del dio”. E’ noto che grandi templi quali Tanjore, Madurai, Kanchipuram e Somnath ne contarono centinaia a disposizione per la cura della divinità. A seguito di ciò, si può comprendere come gli occidentali potessero fraintendere la figura di queste donne, i cui costumi si rifacevano a tradizioni ed antiche leggi sacre; queste ultime si differenziavano a seconda della zona dell’India da cui provenivano.
Rintracciamo le prime testimonianze di danzatrici e musicisti costantemente al servizio del tempio e sostentati da esso, nelle iscrizioni su pietra o su lastre di rame alla fine del IX secolo.
“Una delle iscrizioni più famose è quella del tempio di Brhadesvara a Tanjavur, che risale al 1001, durante il regno di Rajaraja il Grande. Secondo quanto in essa è riportato, furono costruite attorno al tempio due strade chiamate Nord e Sud Talicceri, entrambe adibite alle abitazioni di quattrocento Talicceri Pendugal o devaradyar (termine equivalente al sanscrito devadasi), come erano chiamate le danzatrici addette al tempio, provenienti da tutto il regno. Assieme a loro sono indicati i musicisti e i nattuvan, il cui compito era quello di insegnare la tecnica ed accompagnare le danzatrici durante la performance. [...] I compiti assegnati alle devaradyar dimostrano un carattere squisitamente rituale: rinfrescare le statue del dio con ventagli di foglie di palma o di coda di volpe tibetana, portare la sacra lampada chiamata kumbarti, cantare e danzare davanti alla divinità quando era portata in processione durante i festival in suo onore.
Sebbene vi fossero molti modi di accedere al servizio nel tempio (per donazione, per devozione, in cambio di denaro, per un voto, ecc.), in ogni caso la fanciulla diveniva una “proprietà” del tempio stesso, attraverso una cerimonia in cui era simbolicamente data in sposa alla divinità”. Guzman Carolina, Sculture che danzano, Udine, 2001.
Sto traducendo un romanzo ambientato in India e sul tuo blog ho trovato proprio quello che cercavo, riguardo alle ragazze di spettacolo, le nautch. Grazie! Continua a scrivere, Giusi