“Una Devadasis (ancella della Dea), cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. E’ facile comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s’affini in una Devadasis l’arte del gesto, del passo, dell’atteggiamento, l’arte della voce e della maschera, l’attitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori della poesia indiana.
Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa non ha bisogno di imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le son famigliari sin dall’infanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni, i suoi primi passi si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole ad un ritmo di canto e di poesia, i begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. Prigioniera nel Tempio fino a quindici anni, essa limita l’orizzonte dell’universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l’alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima s’accrescono esclusivamente di religiosità. Essa è nata e vive nella favola mistica. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del tempio”. Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo, Editori Treves di Milano, 1937.
[...] apparteneva. Fu infatti, dopo l’esibizione a Madras, di Jayalaksmi e Jeevratnam, due famose devadasi di Pandanallur, che Rukmini Devi scelse di applicarsi allo studio allo studio ed alla divulgazione [...]