“In India non c’è una netta differenza fra attore e danzatore ad iniziare dalla stessa terminologia: nata e nataka le parole, che di solito sono tradotte rispettivamente come attore e dramma, non solo derivano entrambe dalla radice sanscrita nrit che ha l’inequivocabile significato di danza, ma designano una realtà spettacolare molto più avvicinabile al teatro danzato che non a quello parlato. Su questa base occorrerebbe tradurre anche natya, comunemente tradotta come arte del teatro, con la più corretta formulazione di arte del teatro che danza: insomma rovesciando l’ottica e per essere più chiari, si potrebbe dire che il teatro che danza indiano ha poco o niente a che vedere con il balletto occidentale, a cui generalmente noi occidentali associamo la parola danza, ma vuol significare una forma di teatro danzato, parlato e cantato in cui le azioni mimiche non sono lasciate al caso o all’invenzione degli attori, ma sono fissate, come le parole e la musica, da un testo o partitura: questa partitura di gesti e di azioni codificate dell’attore, tecnicamente precisa e frutto di un lungo lavoro di apprendistato e di allenamento, conferisce ancora oggi all’attore indiano il fascino e l’energia di un danzatore”. Savarese Nicola, Teatro e spettacolo fra Oriente e Occidente, Bari, 2000.
Uno spazio dedicato interamente all’India, alle sue arti, al suo popolo, alle sue tradizioni, una raccolta di saggi e brani di vari autori e a tutto ciò che mi ha dato in questi anni.
Complimenti per lo spazio e le sue passioni e, soprattutto, per contribuire a dare l’immagine reale del paese e non le oleografie tanto care a molti giornalisti e scrittori.